Tutta la poesia che è nelle mie mani viene dal “curà fò la stala”, dalle camminate verso la “pensana” “Ol bidù del lacc” e con tutto il bagaglio di resistenza nelle tue parole silenti, ....camminavamo..... Nella tua camminata veloce verso “i cole” le mie scappatoie, le risate, le provocazioni, i conflitti domestici, l’isteria di un tempo lontano, la tempra acida e dissenziente delle giornate di lavoro, i miei capricci adolescenti ed il boato dell’imprecare “fò sö l’edera e zó n’del prat “ Chissà cosa aspettavo della mia crescita e dal mio lavoro, diverso dal tuo nonno, ma simile. Il futuro ancora ci smuove E tutto il mio corpo si irrigidisce come sotto il peso “de öna carga” la mia anima è forgiata nella tua dipartita come sotto il peso “de öna bora so la spala” “Ol nono l’vulà vià’”e tutta la mia educazione con lui, non quella dei banchi di scuola, non quella della rabbia e del diniego, ma quella sostanza di una persistenza che ha dato a tutte le nostre bocche il mangiare saporito del quotidiano, il maneggiare prensile della manualità. Una forma di resistenza e costanza. Una tenacia nel non smettere mai quella del nonno. In questa solitudine siamo sempre stati soli, tutti noi, figli, nipoti, fratelli e padri, e tu te ne vai, anche tu come un uccello tra folli, tra la natura che grida speranza in un tempo storico di resistenza e grida. Il mio corpo non lavora nonno, la mia testa sì, è piegato e ti pensa, non si tiene dritto nella forza che avevi. Ed il cuore mio è spaccato, I mie occhi qui in Olanda guardano il cielo E tra la luce del giorno mi pare di rivederti come una striscia d’aria bianca e con quel vento che spinge forte contro il mio petto. Ti penso nonno, Tuo Giuseppe.
Giuseppe